_re:move final release_

Un autentico capolavoro concettuale l’ultimo sforzo curatoriale di Nilo Casares, tra i massimi esperti e, da tempo, fautore ed artefice dei percorsi più interessanti ed avanguardistici della net.art internazionale.
Il titolo: re:move final release.
Casares raccoglie intorno a se tra gli autori più importanti della scena e fornisce loro una formula tanto unica quanto intrigante, sia sotto il punto di vista artistico che sociologico e comunicativo: una piattaforma comune, un comune “playground”, su cui operare una scelta estetico concettuale che sfidi i parametri più classici del marketing pubblicitario et similia.

Di seguito riporto l’intervista con l’autore.

[Luca Barbeni] Potresti raccontare brevemente la tua storia e le motivazioni che ti hanno spinto a lavorare con artisti digitali?

[Nilo Casares] Per questa domanda ho una risposta che trovo eccessivamente semplice, e chiedo scusa in caso ti sembri una sciocchezza, ma il mio interesse per le arti digitali nasce da una ragione più che palese dato che sono le uniche arti dove la componente dinamica è implicita in tutto il loro processo e in quasi tutti i suoi risultati. Se nel mondo, nella natura, nella realtà, niente è immobile le forme di arte che non si basino su questo scarseggiano d’interesse e vera realtá.
Nel caso delle arti digitali la loro componente dinamica, mobile se si vuole, è così magnetica che mi ha catturato sin dall’inizio.

[Luca Barbeni] Com’è nato il progetto _re:move final release_?
[Nilo Casares] Nasce in conseguenza ad un progetto precedente. Due o tre anni fa l’artista Francis Naranjo, con cui collaboro dall’ormai lontano 1994, ha ricevuto l’incarico di fare un intervento negli uffici di un ente per la diffusione della cultura nelle isole canarie.
I contatti tra Francis Naranjo e me sono molto frequenti - quasi quotidiani - anche se ci separano circa 3000 chilometri di distanza.
Francis ha deciso d’introdurre dei led sulla facciata di questi uffici pubblici come parte del suo intervento. io non mi ricordo come andarono le cose ma alla fine il progetto si è risolto con l’invito, da parte di Francis Naranjo, a diversi suoi amici chiedendo loro di contribuire con dei testi fatti coi led in modo che l’opera avesse un carattere corale e non individuale.

Questo progetto è stato cancellato per i soliti motivi: cambiamento politico con conseguente cambio di interessi.

Ma a me quell’idea sembrava davvero buona e, difatti, mi sono molto impegnato nel suo svolgimento insieme a Francis Naranjo.

Più avanti, durante le mie conversazioni con Ana Montes, la responsabile della fiera di ExpoCoruña [http://www.expocoruna.com], la scorsa estate, lei ha manifestato il suo interesse a realizzare qualcosa sulla facciata del recinto che manifestasse un punto di vista contemporaneo.
Improvvisamente mi è venuta in mente l’opera di Francis Naranjo ed ho pensato a realizzarla sotto un punto di vista più curatoriale.
Francis Naranjo disporrebbe di uno spazio che il resto degli artisti sarebbe invitato a contaminare in qualche modo; una contaminazione che funzioni come una addizione.

In questo senso il murales basilare di Francis Naranjo sarebbe una riflessione sullo sguardo, perché questo modo di guardare venga così sottomesso alle critiche che normalmente si generano oltre gli spazi delle fiere dove sei invitato a guardare accuratamente.

[Luca Barbeni] Che cosa ti ha guidato nella scelta degli artisti?
[Nilo Casares] Ho cercato quegli artisti che, nel panorama digitale, hanno una visione più pubblica, quelli che non si limitano alla sperimentazione tecnica ma che sono chiaramente portati ad interagire con i flussi urbani, fatta eccezione di un paio d’artisti che indagano sui diversi meccanismi d’esecuzione della scrittura.
Questo è il caso di Fernando Casás e Dionisio Cañas - due autori che non provengono dall’arte digitale - e nei quali riscontro due caratteristiche che m’interessano molto.
Il primo è un land-artista che lavora dagli anni sessanta sulla natura più vergine, quella paesaggistica, per cosi dire, senza alcun contatto con le arti digitali.
Il mio invito è un tentativo di spingerlo ad entrare nella odierna natura delle cose per vedere la sua reazione di fronte a questa natura così ostile per lui. La sua risposta è stata eccezionale. Lui ha cominciato mettendo in discussione l’invito ricevuto da me, curatore, attraverso la propria interrogazione delle possibilità del supporto ed il luogo proposti, e l’ha fatto in un modo molto preciso e chiaro, usando la lingua della Galizia, il Galiego (voi italiani lo chiamate dialetto), una regione spagnola.
nella nostra lingua, dicevo, lui si è limitato a confrontare l’impatto all’atto lasciandomi ad intendere che *tanti impatti non conformano necessariamente un atto*, ovvero, che non è detto che molti impatti sullo sguardo degli altri (del personaggio albino che hanno i led nel murale accanto) abbiano come conseguenza un atto, ma, magari, soltanto un impatto mediatico, cosi banale come la pubblicità.
Credo che questo sia un intervento molto ben riuscito e che raggiunge, con semplicità, il senso cercato da Francis Naranjo quando sottomette il suo personaggio a successive aperture e chiusure d’occhi ed all’opposizione altalenante fra essere grande ed essere piccolo.

Nel caso di Dionisio Cañas, che non appartiene neanche all’ambito digitale, si tratta di un poeta (e videopoeta) che lavora da anni nel _grande poema di nessuno_ [http://www.dionisioc.com/workin-none] sviluppato in collettività in diversi contesti e luoghi, partendo dalla raccolta di diversi rifiuti urbani. Un punto importante di confluenza/convergenza con questo cadavere squisito che è diventato l’opera _re:move final release_.

[Luca Barbeni] _re:move final release_ è un progetto specificatamente digitale nella sua stessa costituzione, dato che tutti gli artisti sono invitati a utilizzare come media un’infrastruttura creata da un altro artista. Pensi sia il contesto ideale per presentare opere d’arte digitale?
[Nilo Casares] si, perche sono convinto dell’altissimo e fortissimo della componente collaborativa all’interno dell’arte digitale.

si, perchè l’arte digitale ha una notevole componente partecipativa.

Al contrario delle altre arti, nell’ambito digitale il lavoro di squadra, la costituzione di comunità occasionali è fondamentale per raggiungere gli obbiettivi dell’opera che si vuole realizzare.
La tecnologia è un area molto complessa per una singola persona, al punto che normalmente è necessaria l’assistenza di specialisti per la sua esecuzione e così, dentro questa possibilità di partire da un’opera matrice, il processo viene completato senza difficoltà attraverso l’utilizzo di diversi artisti, per i quali la collaborazione è parte del proprio lavoro.
Ritengo che un’opera di questo genere è più difficile d’assumere nel caso di persone che hanno una mentalità analogica (lasciamo da parte i successi d’avanguardia tali come i cadaveri squisiti), perché l’artista analogico è troppo attaccato al suo principio d’individualità, ci crede a tal punto che impiega troppo per togliersi l’abito che si è fatto su misura.

La sintonia con i tempi presenti viene data dalla fluidità con cui si formano comunità occasionali con le quali affrontare i diversi progetti, tanto propri come altrui.
Attraverso _re:move final release_ possiamo vedere l’immediatezza della risposta a un primo passo fatto da “un altro” artista. Anche perché tal primo passo, era impostato da Francis Naranjo, sin dall’inizio, quale bisogno di altri per la sua intera esecuzione.

[Luca Barbeni] _re:move final release_ parla anche chiaramente di una riappropriazione della superficie architettonica pubblica, che è diventata il media privilegiato della pubblicità. Opere come _re:move final release_ mettono in discussione un’infosfera pubblica devota sempre più solo al consumo. Quanto c’è bisogno di promuovere nella quotidianità cittadina idee differenti dal consumo?
[Nilo Casares] La tua domanda è molto intelligente. Certo, siamo vittime del consumo che trovo la forma più stupida di possesso, perché ciò che si consuma, appena finita l’azione, scompare, e tu ti trovi di nuovo senza, ma con la soddisfazione che produce il possesso di qualcosa che non c’è più. E’ scioccante quanto la popolazione sia stata convinta della necessità di consumare per diventare qualcosa in più, visto che ciò che si consuma scompare senza aggiungere nulla. Forse è proprio per questo motivo che ci troviamo costretti a consumare ininterrottamente, perché in seguito non otteniamo niente, solo fugacità.

Se guardi il murale iniziale, senza l’intervento d’altri artisti, trovi che si parte da quella mancanza, dall’assenza di uno sguardo introspettivo e rilassato verso le cose, con dei personaggi che vedono oppure no, ma che all’inizio della sua scena comunque non ci sono indizi di nulla.

Non dimentichiamo che noi europei guardiamo nello stesso modo che leggiamo, da destra a sinistra, e che è proprio la parte destra che rimane vuota, quella da riempire con qualunque cosa (allo stesso modo che in una fiera) e potrebbe avere di tutto, come nello spazio in cui è accolto.
Ciò perchè il murale si trova all’ingresso di una fiera commerciale che ti presenta delle cose per un futuro consumo, anche se te le presenta in modo diverso nel tentativo di distinguersi dalle fiere ordinarie.
Ecco perché ti riceve con l’avvertimento che potrebbe essere esso stesso a contenere la tua rovina.
Una rovina verso cui tutti noi corriamo come dei pazzi, perché abitiamo nel consumo e non c’è chi si opponga, né nell’ambito artistico né in altre discipline, perché tutto è costruito sulla fuggevolezza dell’atto di consumare, che una volta eseguito, torna come una premente necessità, precisamente perché ti restituisce solo e soltanto fugacità.

Qualcosa che, se ci pensiamo bene, è quello che troviamo in una fiera, eventi temporanei, perché non è come andare dal pasticcere dove sai cosa troverai, in una fiera inciampi con quello che ti vogliono far vedere, senza certezze, ed è proprio per questo che all’ingresso ti si avverte di guardare bene, in modo che quello che vedi ti intrappoli.



[Luca Barbeni] potresti descriverci alcune delle tematiche che affroteranno gli artisti selezionati con le loro opere?

[Nilo Casares] Sono un convinto sostenitore dei gialli, tanto che preferisco dare l’elenco degli autori e lasciare al lettore la possibilità di fantasticare sulla potenzialità di ciascuno.

D’altra parte è quello che io stesso faccio come curatore: invito artisti il cui lavoro e percorso mi interessano molto con l’intenzione di offrir loro l’occasione per lo sviluppo di una nuova opera seguendo la propria linea caratteristica o addirittura trasgredendola, sempre che l’artista e io come curatore lo troviamo adeguato per la riuscita del progetto.

La definizione migliore di questo mio atteggiamento come curatore è stata data dalla direttrice, e carissima amica, della galleria Gabriela Mistral (Santiago di Cile) Claudia Zaldívar Hurtado, a proposito della mostra di Francis Naranjo ed il cileno Juan Castillo curata da me presso la sua sala di esposizioni. lei mi ha osservato dopodichè ha realizzato che il mio è un lavoro curatoriale orizzontale, un modo di dire che mi piace davvero, perché evito le gerarchie e provo di affrontare le mostre in modo *collaborativo* com’è il caso del progetto _re:move final release_ da cui spero nascano ottime opere d’arte digitale pubblica, che c’insegnino nuovi modi di guardar l’inquinamento informativo che invade gli spazi pubblici.

È senz’altro da aggiungere l’elenco d’autori partecipanti a questo _re:move final release_:

francis naranjo (las palmas de gran canaria, españa)
[http://www.francisnaranjo.blogspot.com]

fernando casás (gondomar, spain)
[http://www.fernandocasas.es]

darko fritz (amsterdam, holland, born in croatia)
[http://darkofritz.net]

dionisio cañas (tomelloso, spain)
[http://www.dionisioc.com]

yucef mehri (venezuela)
[http://www.cibernetic.com]

eva y franco mattes (europe)
[http://www.0100101110101101.org]

luigi pagliarini (pescara, italia)
[http://www.youtube.com/luigipagliarini]

arcángel constantini (méxico df, méxico)
[http://www.unosunosyunosceros.com]

antonio mendoza (los angeles, usa)
[http://www.subculture.com]

fernando llanos (méxico df, méxico)
[http://www.fllanos.com]

gazira babeli (second life)
[http://gazirababeli.com]

brian mackern (montevideo, uruguay)
[http://netart.org.uy]

jimpunk (paris, france)
[http://www.jimpunk.com/]

ringrazio per la traduzione Luigi Pagliarini e Marta Fernandez Calvo.

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