
Enzimi 2007 presenta per la prima volta in Italia il gruppo di media artists Graffiti Research Lab (G.R.L.) da New York: un progetto di Digicult a cura di Marco Mancuso. La sera del 1 Dicembre 2007, i Graffiti Research Lab si muoveranno (su una vecchia Fiat 500 ricoperta di led luminosi) nell’area del quartiere Testaccio, presentando al pubblico il loro progetto L.A.S.E.R. Tag sia nell’ambito di un imperdibile showcase che successivamente nella zona del Mattatoio e sulla facciate dell’antica Piramide di Caio Cestio e del Palazzo delle Poste di Via Mormorata.
Graffiti analogici fusi con forme di hacking digitale, modalità innovative di architettura interattiva mediante proiezioni digitali sulle superfici di palazzi e monumenti delle città, tattiche mediatiche di contaminazione urbana e di anti-advertising, sono alcuni degli atti di comunicazione “non allineata” realizzati da Graffiti Research Lab (G.R.L.), think tank supportato dal F.A.T. (Free Art and Technology Lab) di Brooklyn-NY, impegnato a integrare tecnologie open source e pratiche di attivismo metropolitano di writers e artisti.

Come scrive Monica Ponzini nel suo articolo/intervista per il Numero 23/Aprile 2007 della rivista Digimag pubblicata mensilmente dal progetto Digicult: “Le strade di New York, come quelle di Roma e di ogni metropoli del mondo, diventano ogni giorno il terreno di una battaglia semantica. Da una parte i messaggi ufficiali della pubblicità, dall’altra tutta una serie di interventi artistici, che ricordano ai passanti che gli spazi pubblici non sono e non devono diventare dominio esclusivo di codici pre-approvati ed omogeneizzati. Dai graffiti alle installazioni, la street art reclama la libertà di espressione negli spazi di tutti e lo fa con tecniche che si evolvono e si intrecciano alle nuove tecnologie. E non sempre l’autorità costituita accetta di buon grado. Così può capitare, alzando la testa una sera, di vedere non un muro decorato a spray, ma l’intera facciata di un palazzo invasa di scritte luminose “sparate” da un proiettore, oppure un monumento ricoperto non di vernice, ma di LED colorati e dotati di una calamita. Una continua critica verso le ipocrisie della società e la doppiezza di un sistema che condanna graffiti e forme di espressione creativa in spazi pubblici, ma promuove ed è economicamente alimentato dal bombardamento costante di messaggi pubblicitari, è spesso alla base dei loro progetti, in cui i graffiti “classici” vengono arricchiti o sostituiti da dispositivi luminosi come LED o proiettori. La ricerca di tattiche e soluzioni che allarghino gli orizzonti del graffitismo, viene attuata attraverso un vasto network che va dai singoli creativi agli spazi di ricerca come F.A.T. (Free Art and Technology), un centro dedicato alla sperimentazione digitale e alle nuove tecnologie”.
I G.R.L. “bombarderanno” quindi con i loro laser una serie di obbiettivi di interesse storico e urbanistico della zona del Testaccio di Roma, muovendosi a bordo di una vecchia 500 ricoperta di Led e arrivando a “dipingere” digitalmente le pareti del Mattatoio, dell’antica Piramide di Caio Cestio e del Palazzo delle Poste di Via Mormorata. Utilizzando un semplice sistema di laser a 60 Milliwatt, un impianto audio di 1800 Watts e un potente proiettore (è possibile replicarne il funzionamento e downoladare il codice open source dall’indirizzo http://muonics.net/blog/index.php?postid=15), i Graffiti Reserach Lab invitano writers, attivisti, hacker, Dj, Mc e persone comuni ad esprimere in pubblico la propria opinione e le proprie idee su una macro-livello di comunicazione analogo a quello a disposizione della pubblicità, delle corporations e dei governi in ogni angolo del pianeta.
Attitudine questa, che risuona in conclusione dalle stesse parole dei G.R.L., raccolte sempre da Monica Ponzini per Digicult: “Il nostro impegno fin dall’inizio è stato di creare mezzi open source per artisti e contestatori, e penso che ancora oggi sia così. In generale ci rifacciamo sempre all’idea di livellare il “terreno di gioco” della comunicazione tra le voci che diversi gruppi hanno in città. […] Il nostro intento è quello di dare a noi stessi, ai nostri amici e a quelli che non hanno mezzi per comprare spazi promozionali, la stessa portata delle pubblicità. Buona parte della nostra ricerca si rivolge alla creazione di oggetti facilmente riproducibili da persone che non hanno molte risorse…”