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L’assedio Sonoro. Benedetto XVI (incongrue evento) alla Sapienza di Roma

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In nome della laicita’ della scienza e della cultura e nel rispetto di questo nostro ateneo aperto a docenti e studenti di ogni credo e di ogni ideologia, auspichiamo che l’incongruo evento possa ancora essere annullato.

Queste le conclusioni dei 67 docenti firmatari , tra cui Marcello Cini, ordinario di Fisica Teorica, poi di Teorie Quantistiche e oggi Professore Emerito dell’Università “La Sapienza” di Roma, nel documento indirizzato al magnifico rettore dell’ateneo romano, Renato Guarini, a proposito dell’intervento di Benedetto XVI – previsto per giovedì 17 – al termine della cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico.

Così l’anno accademico 2007 – 2008 del Primo Ateneo di Roma si inaugura sull’onda della polemica e della strumentalizzazione.

In nome della laicita’ della scienza, la posizione della facoltà di Fisica acquista una terza dimensione, “storica” – se si preferisce “evolutiva” – in aggiunta alle due tradizionali – empirica e logica. Mentre nel vecchio dipartimento si distribuisce “Porchetta e vino a volontà” per festeggiare, con un pranzo sociale, la svolta anticlericale, con proiezione finale del film “La vita di Galileo”.

In generale è tutto un assedio : visivo e sonoro. Quello dei media innanzitutto, giornali, radio e televisione, e quello della musica che verrò sparata a tutto volume dalle casse posizionate su un camion di otto metri parcheggiato in piazzale Aldo Moro, a Roma.

A questo fracasso si riduce la contestazione per la presenza di Papa Benedetto XVI, ospite non gradito. A cui si aggiunge una vera e propria processione. Quella per ” i diritti negati”. Il movimento della negazione è però duplice: gli studenti (e i professori) sentono negati il diritto alla laicità, e inneggiano al «sapere che non ha bisogno nè di padri nè di preti». Il Papa sente negata la tolleranza laica, mentre marcia per la pace. Nell’apparente contrasto delle parti negate, una terza Lectio magistralis intitolata Pena senza morte di Mario Caravale a cui seguiranno le parole del Sindaco di Roma, Walter Veltroni. E nuovi concordati.

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Ma insomma di quale diritti si sta parlando?

Dei diritti di celebrazione. Quelli per l’inaugurazione dell’anno accademico 2007-2008. Il Magnifico rettore Renato Guarini si pronuncia da laico : “sono assolutamente consapevole che la nostra comunità universitaria è formata di credenti e di non credenti e lo affermero’ anche in occasione della giornata del 17 gennaio.

Benedetto XVI sara’ accolto come messaggero di pace e di giustizia e uomo di pensiero. Allo stesso modo la nostra universita’ ha piu’ volte accolto rappresentanti di altre confessioni religiose e li ha riconosciuti come interlocutori in un franco dialogo sulla convergenza di alcuni valori umani e civili.

Per il Rettore, la presenza di Benedetto XVI è l’offerta di una riflessione alla comunita’ universitaria. Se ci si pensa bene la presenza di Benedetto XVI è un’occasione di riflessione su Roma. E sul (ri) creazionismo. La città “eterna” da sempre dedicata a Giano Doppio, la divinità romana che presiede gli inizi e le soglie, materiali e immateriali, è veramente ridotta oramai alle sue mura di cinta – sempreverde impianto difensivo da attacchi “esterni ” – con occasionale sovrapposizione tra Stato italiano e Chiesa cattolica.

“Roma città aperta”.

“In ogni caso il Pontefice giungera’ dopo la conclusione della cerimonia di inaugurazione, che si svolgera’ invece secondo la tradizione, con una lectio magistralis del nostro collega Mario Caravale, con l’intervento di uno studente e di un rappresentante del personale tecnico-amministrativo e con un contributo del Sindaco Veltroni e del Ministro Mussi”.

Lo studente scelto per salutare il Papa si chiama Christian Bonafede. Una barzelletta? O uno scherzo da prete. Oppure un tiro della sorte? Forse un destino della “sapienza” che ritrova nell’umorismo, e nel gioco delle parti – quello sì ironico – tra umano e divino, occidentale e orientale, l’unica forma di incarnazione possibile. Sincretica. “Brevity is the soul of wit”. Sulla genesi al femminile: tutto tace. (This business is well ended)

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Written by Ilari Valbonesi

January 14th, 2008 at 11:01 pm

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Polvere di stelle sotto il tappeto rosso

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La II edizione della Festa Internazionale del Cinema ha avuto come protagonista il tappeto rosso dell’Auditorium di Roma. Dove Star e starlette hanno sfoggiato mise succinte e fruscianti chiffon, nonostante il tempo, per niente generoso, abbia regalato brividi imprevisti e gelide atmosfere.

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Sophia Loren – Acting Award 2007

Nel frattempo, sotto i portici dell’Auditorium, più che aria di festa si è respirata stress da presenzialismo. Con toni “rossi” da lotta all’ultimo sangue! Il “grande” pubblico e gli “addetti ai lavori” hanno rincorso le proiezioni, disposti a tutto per un biglietto. Per assistere all’anteprima de La terza madre, episodio conclusivo della trilogia di Dario Argento, sembra non siano stati sufficienti neanche i bagarini ma si sia dovuto ricorrere alla raccomandazione politica! Welcome to Rome.

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Tra i quattordici film in concorso, concorso quest’anno all’insegna del socialmente e politicamente impegnato, ha vinto Juno del canadese Jason Reitman. La storia di un’adolescente alle prese con una gravidanza indesiderata ha suscitato un’ondata di emozioni nella giuria popolare.

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Il premio speciale della giuria Cinema se lo aggiudica, con le sue peripezie amorose, il poeta persiano Hafez del regista iraniano Albolfazl Jalili.

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A Jang Wenli va il premio per la migliore interpretazione femminile in Li Chun (And the Spring Comes) di Chang Wei Gu mentre, a Rade Serbedzija va quello per l’interpretazione maschile in Fugitive Pieces di Jeremy Podeswa.
Per fortuna le dieci anteprime mondiali hanno, in parte, risollevato il livello della manifestazione romana.

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Piace e convince il musical pop-psichedelico Across the universe in cui Julie Taylor, attraverso la musica dei Beatles, racconta i rimescolamenti socio-politici degli anni ’60, a metà tra cinema e teatro.
L’ottimo Into the wild di Sean Penn ha vinto il premio Fastweb per il miglior film della sezione “Première”. Penn, pur seguendo il tradizionale filone dell’ on the road, con questo viaggio alla riscoperta del sé, non rinuncia alla sperimentazione e riesce a lasciare un segno profondo tanto che è suo il più lungo applauso della festa.

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Applausi anche per Giorni e Nuvole di Soldini che, con l’attuale tema del precariato nel mondo del lavoro, riceve una “menzione speciale” nella sezione Première. Ed è proprio sul versante del “Made in Italy” che arriva l’unica vera onda d’entusiasmo: sono le trendissime fatine Winx che fanno letteralmente impazzire gli amanti, grandi e piccini, del cinema.

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Così si chiude la faticosa settimana della Festa romana, fontane che si colorano di rosso, in un impeto futurista, e Jane Fonda che svela al pubblico femminile il segreto dell’eterna giovinezza: il sesso, da sostituire al bisturi.

(Alessia Ricciotti per Ecopolis.org)

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October 30th, 2007 at 10:11 am

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« Qui comincia l’avventura del Signor Bonaventura… »

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Per festeggiare i 90 anni del signor Bonaventura, la sezione del Roma Film festival Alice nella città dedica un omaggio a Sergio Tofano presso l’Auditorium Arte – Auditorium Parco della Musica.

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La prima tavola di Bonaventura, eroe gentile e fortunato suo malgrado, usciva sul Corriere dei Piccoli il 28 ottobre 1917. La mostra ripercorre la vita e le avventure del personaggio di Sergio Tofano, attore, regista e fumettista, eclettico e versatile umorista del teatro e del cinema italiano, fino ad arrivare al fumetto dei giorni nostri.

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“…ma per carità, niente quadretto familiare, niente bozzetto patriottico, niente oleografie patetico-sentimentali; non storie lacrimevoli di piccoli saltimbanchi maltrattati o di spazzacamini affamati, né drammetti pietosi di orfanelli e trovatelli derelitti; non gesti edificanti di scolaretti probi né nobili azioni di balilla eroici. E soprattutto nessuna preoccupazione moraleggiante ed educativa. Càpita così di rado che i bambini si possano portare a teatro: quelle poche volte che càpita, facciamoli ridere, poveri piccoli; e non stiamo lì col fucile spianato della morale, della religione, dell’amor proprio, dell’educazione… Facciamoli ridere, vivaddio, a teatro: ché ogni loro risata accenderà un raggio in più di felicità nella loro esistenza, predisponendoli così all’ottimismo e risvegliando in essi il senso della bontà; più benefica quindi dei predicozzi, dei pistolotti e, soprattutto, della retorica.” (Sergio Tofano, “Recitare per i bambini, SCENARIO, 1937)

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Il Milione (…ma non i milioni reali
origine di tanti mali:
noo! Milioni per finta!
Milioni di carta dipinta!…),

Il Milione: questo “attrezzo da clown… così irreale da provocare un confronto con la realtà” (Antonio Faeti), “oggetto fatato mai messo in azione, che non diventa mai altro da sé, e che quindi non si consuma mai” (Edoardo Sanguineti), dando luogo così ad un eterno lieto fine :

Qui comincia l’avventura / del signor Bonaventura,
…che padrone è diventato / di un garage ben avviato
…che ha un profondo dispiacere / nel trovar vuoto il forziere
…che alla banca ora riscuote / numerose banconote
…che alla banca a frutto pone / per prudenza il suo milione
…che dei suoi milioni stufo / fa il commercio del tartufo
…che s’è messo a far denari / commerciando libri rari
… e così via.

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Materiali tratti da : Una storia lunga un milione – a cura di Gilberto & Samuele Tofano

Written by Ilari Valbonesi

October 21st, 2007 at 5:19 pm

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Vintage Science-Fiction

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afterville

Tommaso Delmastro e Michele Bortolami, fondatori dello studio Undesign, raccontano come sia nato il progetto AFTERVILLE, ideato e curato insieme a Fabrizio Accatino e Massimo Teghille. Sabato 6 ottobre questo progetto ha inaugurato con la mostra Astronave Torino, presso il MIAAO di Torino, realizzata in collaborazione con Enzo Biffi Gentili e Luisa Perlo.

LB: quali sono gli obiettivi e gli ambiti del progetto AFTERVILLE, inaugurato sabato 6 ottobre con la mostra Astronave Torino, presso il MIAAO di Torino?

TD: Fondamentalmente l’idea di Afterville nasce due anni fa ed è quella di mettere in evidenza le connessioni tra la cultura del progetto e gli immaginari della fantascienza. Il progettista immagina gli scenari futuri, la fantascienza racconta storie su scenari futuri, futuribili, interessante è capire i progettisti da un lato e il cinema dall’altro si influenzino a vicenda, fino a creare, citando Italo Calvino, delle città immaginarie create dall’immaginario.
Oggi che la cultura mediale è preponderante non conta tanto l’architettura in se quanto lei stessa, la sua ripetizione, esiste ciò che viene mediato: l’architettura la sua rappresentazione e la ripetizione. Non esiste ciò che esiste fisicamente ma ciò viene medializzato: l’architettura di un film è la stessa cosa di un’architettura fisica da questo punto di vista.
LB: convergenza tra immaginario e reale…
MB: vogliamo individuare questi universi estestici dove codici estestici e linguaggi espressivi trasmettono lo stesso tipo di informazione.
TD: dal punto di vista culturale AFTERVILLE si muove su queste tematiche, poi pragmaticamente questi eventi si occupano sempre della zona di confine tra l’architettura, senza dimenticare che il progetto nasce grazie al contributo della Fondazione dell’Ordine degli Architetti e ha come obiettivo quello di avvicinarsi al congresso mondiale dell’architettura che si terrà a Torino nel 2008, e il cinema.

afterville

LB: Il titolo della mostra Tomorrow Comes Today somiglia molto al concetto di Tomorrow Now di Bruce Sterling, cosa pensate a riguardo?
La questione per noi è proprio questa, non possiamo tralasciare quella che è una cultura di massa, in questo tomorrow non solo rientra questo esempio ma anche film come Tomorrow Comes del mondo della fantascienza al titolo della canzone dei Gorillaz Tomorrow Comes Today, proprio perchè questa questione del domani è stata usata molte volte, noi abbiamo voluto presentare questi frammenti che sono nelle orecchie di tutti ma raccoglierli e ribadirli, a noi interessa questo.

MB: Uno dei tanti filtri che utilizziamo per ricreare questi universi estetici è tutta una seria di media, non solo dalla cinematografia ma anche dal videoclip, al videogioco,la letteratura, il fumetto e naturalmente l’architettura.
TD: Esiste una sorta di patrimonio comune di tutte queste cui fanno parte e attingere a questo è fondamentale per poterle manipolare e ricrearle.

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LB: ho letto nei comunicati stampa che definiti alcuni vostri pezzi come “scelte impresentabili”, quest’affermazione nasce dalla convinzione che conti l’idea della mostra e il suo scenario piuttosto che il singolo pezzo?
TD: sicuramente si, occorre però una precisazione, questa mostra è stata sviluppata in collaborazione con Enzo Biffi Gentili e Luisa Perlo, e fin da subito abbiamo voluto presentare un discorso più che focalizzare l’attenzione su singloi pezzi. Recuperare un discorso e riportare alla luce frammenti perduti, che come frammenti non potevano essere recuperati, ma in questo contesto assumono altro significato e sono assolutamente presentabili.
MB: la presentazione del lavoro di Venturelli che era archiviato nell’ archivio di stato, e mai era stato esposto, Venturelli arriva da una bocciatura storica di Zevi, ma riportarlo in auge, come già la critica fa negli ultimi anni era per noi importante.

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LB: un anedotto una particolare opera o pezzo in mostra?
TD: la cosa interessante è che c’è veramente di tutto e si torna ad una visione importante per tutti noi, cioè di lavorare portando in parallelo cultura alta e popolare. Storia divertente è quella di Guaschino che si occupa di animatronix, dove è molto apprezzato, e lui sostiene che negli anni 70 ha visto un alieno e lo ha rimodellato e lo ha riproposto nella mostra.

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LB: Louis Pauwels e Jacques Bergier autori del Mattino dei Maghi, sono citati molte volte nella vostra mostra, cosa potete dirmi riguardo a loro?
TD: il loro coinvolgimento nasce dalla loro attività di Planetè, e nasce dalla nostra intenzione di presentare ciò che succedeva a livello internazionale ma anche a Torino, in questo senso loro due perchè Planetè e stata ristampata dalla casa editrice Dell’Albero qua a Torino, ed essendo figlia del progetto francese è diventata caposaldo per tutto il territorio nazionale.
Planetè viene inserito in questa mostra anche per l’importanza che ebbe in quel momento. Oggi sembra che ragionasse sua una di fantascienza vintage, in realtà negli anni dei viaggi spaziali rifletteva il concento contemporaneo dell’epoca di fantascienza e futuro. Alcuni critici paragonano a Planetè a Wired proprio per questo discorso
MB: in realtà è lì anche per il suo elevato contenuto grafico per l’epoca in cui è stata concepita e lavora per associazioni di immagini, omografie che abbiamo cercato di riprodurre nel numero zero di AFTERVILLE che è anche catalogoo di questa mostra.

afterville

LB: Come prosegue il progetto AFTERVILLE?
TD: il prossimo per noi importantissimo evento, cade il 29 febbraio e sarà la presentazione del corto mettraggio presenta il film AFTERVILLE con la regia di Fabio Guaglione e Fabio Resinaro già realizzato Eden e Silver Rock, tutti realizzati a bassissimo budget ma con grandi risultati.
Grazie al contributo della Film Commission la partecipazione del comune di Torino che ha fornito materiale girato realizzato in elicottero per le Olimpiadi, stiamo lavorando alla presentazione di questo corto metraggio, come noi amiamo chiamarlo, primo film di fantascienza ambientato a Torino nell’era digitale, di fatto perchè ci sono esperienze illustri come Omicron di Gregoretti e altre meno illustri ma sono poche e datate. Per noi è interessante visto che parliamo di medializzazione e fantascienza questo per noi è un terreno vergine.
MB: Oltre a questa mostra AFTERVILLE si dipana lungo tutto l’anno, con altri quattro appuntamenti presso Il circolo dei Lettori, dove si indagherà sempre il rapporto tra fantascienza pensata e progettisti che la realizzano, ponendo un architetto di fronte a un cineasta, a un fumettista, a uno scrittore, a un pubblicitario, in modo da dare interdisciplinarietà a questi incontri. Al termine di questi incontri il Museo del Cinema ospiterà un concerto dei Larsen che stanno componendo uno spettacolo di un’ora con una video installazione che ripercorre un secolo di cinema di fantascienza.
L’idea è quella di portare pensiero progettuale che sta dietro a AFTERVILLE in una mostra diffusa che nelle nostre idee potrebbe collocarsi lungo il percorso della metropolitana AFTERVLLE termina con una mostra sempre al MIAIO al titolo Divin Design, che indaga il design dopo la vita.

Written by Luca

October 11th, 2007 at 6:33 pm

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La Serbia non è la tua annegata Ofelia

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Srebenica

Jasmina, a serbian writer and journalsit review Sappiano le mie parole di sangue, Babsi Jones, Rizzoli, 2007

Chi è babsi jones?
Chi se ne frega. Sa scrivere alla Lautreamont, cita i miei amici come Nicole Janigro, David Albahari, usa una forma frammentaria, transnazionale, postletteraria, da hip blogger sex and drugs and wars globalista. E recita Amleto. Come se fosse Shakespeare. Chi era Shakespeare d’ altronde. Chi se ne frega anche di quello. Quello però di cui me ne frego e come è che questo babsi Amleto si è impossessata della mia guerra, a war of my own . Più precisamente ha pigliato una guerra che io ho buttato nell’immondizia con le parole in rosso: Questa non è la mia guerra fatta nel mio nome nella mia lingua materna, con il mio corpo sul mio corpo. Con il MIO sangue.
Sappiano le mie parole di sangue, dice babsi Amleto NO. Che queste parole sue in cirillico metaforico su Serbia Bosnia Kosovo, name it, non siano scritte in sangue. Dico io, Jasmina Ofelia.
Amleto sod off, questo è il 21 secolo, il secolo delle donne bombe, della globalizzazione, della balcanizzazione, del postumanesimo, l’uomo è morto in auschwitz hiroshima blablabla, ma è vero…Dove le guerre si fanno in TV, in diretta, multinazionali corporali corporei con scuse etniche, religiose, politiche. Amleto hey, non hai capito che seguire le traccie del petrolio vuol dire seguire le traccie del sangue.
Sappiano e sanno le tue parole di petrolio.
Forse non lo sai davvero, spero che sei in buona fede, io da idiota politica, preferisco credere che dubitare. Citerò Auden: se l’ amore non è mai mutuo, Lord let me be the one who loves more.
Bene Amleto, concedimi che io sia quella che ama me stessa, la mia famiglia guarda caso serba a Belgrado, sotto Tito, sotto Milosevic, sotto sanzioni, sotto le bombe e finalmente sotto il neo-fondamentalismo serbo. Oggi come oggi.

Quindi ti prego, non parlarmi di Kosovo, di 5 secoli di Turchi, della vendetta, di Mladic eroe che rivendicava i serbi travagliati dai Murat dai secoli, del genocidio di Srebrenica come montatura di stampa del complotto internazionale contro il popolo eletto del
cielo, i Serbi. E bullshit scritto nei manuali , nazionalisti…clerofascisti…
Io sono Serba ( lo dico malvolentieri perché è un’ identita compulsiva che tu Amleto mi fai indossare, tu personaggio defunto, che parli una lingua estinta, di vendetta, sangue… prima che fosse inventato l’antibiotico e la guerra nucleare.

Il mio nome è Jasmina ed è il mio vero nome bosniaco serbo. E la famiglia di mio padre bosniaca è stata massacrata da nazisti, fascisti ustasha nella seconda guerra mondiale. Ma io ti dico, da testimone e vittima, aggressore e idiota politica che i serbi di Srebrenica, di Serbia, di Kosovo hanno commesso degli orrori di guerra 50 anni dopo.
I miei Serbi nel mio nome. C’ ero, l’ ho visto, l’ho sentito, non lo nascondono nemmeno, se ne vantano. Sono ancora impuniti latitanti perfino privilegiati, vivono nella mia strada, letteralmente… E poi una certa babsi jones nel ruolo di Amleto principe di vendetta scrive libri su di loro. Pur essendo un idiota politica, pacifista, umanitaria, donna in nero, donna intellettuale, donna di casa, non permetto e non perdono. -che copri di fango e oblio gli 8000 ammazzati a Srebrenica nel nome della vendetta -che ricordi il cardinale criminale cattolico Stepinac di 60 anni fa che sterminava zingari serbi e ebrei e ignori i preti ortodossi serbi che benedicevano i soldati di Mladic prima che andassero ad ammazzare tutti i NON serbi, nel genocidio di Srebrenica, 12 anni fa. C’ è il filmato, guardalo,è on line -che ti appropri della mia guerra, del mio futuro, della mia sopravvivenza vivendo cheap thrills di una guerra altrui.
Esiste un’altra Serbia, una Serbia non amletica, pacifista e creativa che se ne frega della vendetta, del passato, delle chiese, delle tombe, della religione come strumento di odio dell’altro, del sangue.
Che si preoccupa del global warming, della militarizzazione globale, dell’ abuso del petrolio come sangue e delle parole come armi. Come colpi di odio, di vendetta velenosi. In italiano, in serbo, in inglese name it…suonano uguali, annunciano la morte. Non te lo permetto Amleto, la Serbia non è la tua annegata Ofelia.

Scritto da Jasmina

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October 11th, 2007 at 9:58 am

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Pia come la canto Io (Gianna Nannini) in Rome.

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Italian female singer-songwriter and rock musician Gianna Nannini
is on tour with her pop opera Pia come la canto io. Based on a section of Dante’s Purgatorio, the opera inhabits the kind of extreme territory of uxoricide, whereby Pia’s husband, Nello d’Inghiramo de’ Pannocchieschi, allegedly disposed of his spouse, Pia de’ Tolomei, at his castle near Massa Marittima in the middle of a malarial swamp.


« Ricorditi di me, che son la Pia;
Siena mi fé, disfecemi Maremma:
salsi colui che ‘nnanellata pria

disposando m’avea con la sua gemma. » (Purgatorio V, 130-136)
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Dante Gabriel Rossetti. La Pia de’ Tolomei. 1868-1880. Oil on canvas.

Gianna Nannini tells her Pia’s story by making the Maremma the grammatical subject. The marshy region on the Tuscan coast sets a folks tradition and a familiar landscape to allow an eclectic blend of rock and popscene with surreal hip hop attitude. The narrative proceeds by extremely realistic details with the use of Bruscello: a dramatical forms of folk theatre linked with the rituals of late-Spring connected with the themes of conflict between good-evil, spring-winter, life–death.

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Gianna Nannini contaminates this monodic song of lines, with her rock attitude and breakdancing battles. The result is a contemporary Bruscello Pop to narrate Pia’s concern for Dante’s well being and her request to be remembered : a shining example of the «eterno femminino» in the sense of acceptance of her eternal fate which stands out by the relative, dramatic contrast with the terrible descriptions of the manner of her death.
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Gianni Nannini marks a climax: her down-and-gritty voice sharing Pia’s joy and sorrow emerges as a code in its own right. Thus ending the whole opera on a high note of female catharsis.

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Written by Ilari Valbonesi

October 1st, 2007 at 9:08 am

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Documenta 12 – Kassel 2007

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Documenta 12 - Draft Review,
Recensione Italiana, 2007

The big exhibition has no form. Una grande mostra non ha forma. Così Roger Buergel e Ruth Noak aprono il catalogo della dodicesima edizione di Documenta a Kassel in Germania. Una mostra dislocata in diversi punti della città per una topografia – questa volta organizzata – di un fenomeno globale e atemporale denominato arte.

La pianificazione strutturale, amministrata mediante un sito web – in modalità blog e un forum di magazines , si annuncia prepotentemente nella rampa di scale che accede al primo piano della Kunsthalle Fridericianum : il quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ai suoi piedi un cumulo di parole di filosofia della storia di Walter Benjamin, che lo descrivono: “Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato”.
Un angelo che accumula rovine su rovine e non riesce a ricomporre l’infranto. Poiché la tempesta che lo spinge nel futuro, a cui volge le spalle, è continua, nel mentre il cumulo delle rovine viene risucchiato al cielo. Senza tregua.

Effetto Documenta 12. Draft Review









Ist die Moderne unsere Antike?

Il moderno può essere illuminato solo mettendo in chiaro i suoi lati distruttivi. E con Documenta 12 la questione distruttiva si fa decisamente seria.

Poiché le rovine fanno spettacolo, ma il dramma è quotidiano. Diastatico. A partire dal paesaggio museale che si presenta frammentato ma in chiave costruttiva, fuori da un atteggiamento nostalgico. Si è contemporaneamente fuori e dentro un orizzonte di senso comune. Asimmetrico.

Così rileggo la grande mostra con la carta del passaggio geografico, del limite – al limite – una soglia, una sutura. Nel miglior caso un intreccio ed un patchwork, dove i curatori danno miglior prova di arte saracina. Tantissimi gli esemplari di questa tessitura. Tante le “dissidenti” : Trisha Brown e le sue contorsioniste dell’essere, l’irruenta Graciela Carnevale, le recite di Elenor Antin e Lotty Rosenfeld che disegna milla de crucis sobre el pavimento a Santiago de Chile, prima di filmarle nel 1978. Lavori femministi anche quando accoppiati, come per gli esperimenti fotografici con il figlio dei Kwiekulic o come nel video di Tseng Yu-chin, dove il bambino diviene l’emblema di una infanzia perduta.

Saracini i rimandi a tappeti, arazzi e collage: più espliciti nel lavoro di Danica Dakić e di Ahlam Shibli , più raffinati negli acquarelli intrecciati di Atul Dodiya dove le tinte che si asciugano piano sulla carta, data l’umidità del clima indiano, accolgono gli incerti poemi, intrecciando un tempo ed un spazio localizzati che l’incerto linguaggio trattiene. Un tessuto sonoro che si perfeziona con l’installazione di Imogen Stidworthy I hate dove il linguaggio disegna l’esitazione. La stessa che appare sul volto in attesa di Jiri Kowanda o di Richter.

Il corpo eccentrico si declina anche tra i fields di Martha Rosler, nei fantasmi di Cosima von Bonin, nella bellezza di Maja Bajevic, nel corpo dilaniato di Jo Spence e nelle riprese di Louise Lawer; mentre una vera e proprio “sistematizzazione” dell’anarchia emerge dalle foto diLuis Jacob, e dalla sua bellissima video-installazione A dance for those of us whose hearts have turned to ice, con la coerografia di Francoise Sullivan e l’omaggio alla scultrice Barbara Hepworth. Poetica l’installazione di corde, poi ceneri in Collateral di Sheela Gowda.

Presente anche Electric Dress di Tanaka Atsuko, prototipo iki di rottura mediale. Meno interessante invece il lavoro plastico di Iole de Freitas con tutta la retorica del (non) site specific solo perché prosegue sulla facciata del Fridericianum…

Impossibile fermare la continua migrazione della forma: arte in movimento e di movimento, e forma atta a muoversi come nel video dell’action painting, anzi action (china) walling del cinese Lin Yilin. Un video che riprende l’artista nel mentre attraversa una strada costruendo un muro, utilizzando gli stessi mattoni.

Al tema della mobilità e della raffinata ricomposizione murale si allinea anche una certa impossibilità di togliere questo muro, che invece scorre e co-appartiene allo sguardo culturale. Lo sguardo stesso è il muro. Mentre l’arte è cinetica.
















Zmijewski
© Courtesy Artur Zmijewski; Foksal Gallery Foundation
Them, 2007 Video (DVD)

Tagli, strappi, corde e lacci: non sfuggono a questo incendio della modernità neanche i curatori che si ritrovano intrappolati nei fumi della stessa questione. La catastrofe dell’universalismo, la violenza, la violazione dei principi di libertà mostrano infatti come la modernità e il colonialismo vanno di pari passo. Ist die Moderne unsere Antike?

Non resta che prendere coscienza dell’ambiente circostante, seduti su una delle 1001 sedie di dinastia Quing (1644-1911) importate da Ai Wei Wei . Oppure masticando una gomma come per Alina Szapocznikow e la serie di foto Chew well and look around . Una scultura che passa tra i denti. Nella pausa si rumina tempo.

Tra gli architetti del senso comune: Andrei Monastyrski costruisce una Fountain con un vuoto al centro come un orinatorio svuotato di senso. Harun Farocki mette in gioco la relazione spingendola sul fondo: Deep play smaschera il controllo mediatico attraverso l’analisi di una finale di calcio. Altro che telecomando! Impressionante il video Them di Zmijewski, dove l’artista polacco crea una laboratorio di idee contrastanti sulla tematica dell’aborto con l’obiettivo di arrivare ad una catarsi nel gioco dell’arte. L’esito è drammatico ma esilarante. Forte la sempreverde analisi dei luoghi di potere nella foto di Anatoli Aosmolovsky, (auto)ritratto sulle spalle di Mayakovsky tanto per sottolineare il rischio di amnesia continua rispetto ai poteri invariati. Fino a culminare nel Top Secret di Nedko Solakov: la verità è criminale. Suspanse.

Funk Staden, 2007 Video still
Courtesy Galeria Vermelho, São Paulo; Galeria Filomena Soares, Lissabon
© Dias & Riedweg, 2007

Was ist das bloße Leben?

La vita nuda. A partire da un effetto serra. Si esce dagli ambienti chiusi per ritrovarsi assaliti dalla natura dell’artificio. Come per l’installazione di Sanja Ivekovic, Poppy Field (Mohnblumenfeld). Ennesima serra, questa volta a cielo aperto. Esposizione di vita nuda. Piazza rossa e pista di atterraggio. L’esclusiva giostra politica gira in tondo mentre la stretta di mano diventa un mero contatto meccanico. Presto atterreranno anche le donne afgane.

Documenta Halle esibisce una intensa installazione di Maja Baievic in disparte, nel sottoscala, mentre nel corpo centrale i favoriti sul mercato della manifestazione: da Juan Davila esibito come un ex voto, a Jurgen Stollans che a sua volta immortala in un grande disegno il nome del curatore. Caput mortuum e arte domestica.

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Unica eccezione: il Phantom truck di Inigo Manglano-Ovalle in ombra. Un signore però ci sbatte la testa.

Nel mezzo del salone, la stella della catastrofe: la giraffa impagliata (male)e importata dall’austriaco Peter Friedl.

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Ecco la vita nuda. Fragile. Consunta come un divano vecchio. Che fa apparire invano tutto il resto. A parte il pane quotidiano di legno.

Al (Aue -) Pavillon.

L’effetto Documenta-serra si rinserra al Crystal Palace. Sul quale si è riversata una tempesta di critiche, più interessanti per l’aspetto modale, ossia per l’attesa delusa che per il (non) contenuto. Ma cosa ci si aspettava? Mi dissocio dalle critiche inutili.

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Efficace invece la tempesta di vento destinata ad abbattersi sul template di Ai Wei Wei. Rotto l’incanto, un mucchio di macerie giace negli occhi e ai piedi. Emblema di modernità. Vuota la forma di ciò che chiamiamo progresso.

Was tun?
Il padiglione diventa la rappresentazione della vita, questo campo di concentramento dove l’arte dissolve la separazione tra soggezione dolorosa e gioiosa liberazione. Per riscoprire una dimensione estatica. Ma anche di una educazione pubblica attraverso l’immagine e costituzione di una sfera politica.

La migrazione della forma continua. E si associano i lavori. Complice l’atmosfera onirica. E il Repetita Iuvant dei curatori. Notevole l’ubiquità di Kerry James Marshall a partire da Could this be love, fino ad AKA Black Johnny. Non c’è più distinzione tra forme vegetali e messaggi verbali. Il mondo diviene una selva di significati.

Quadri come blues dove la musica ha una qualità pittografica instaurando rapporti con segni astratti impressi oltre alla rappresentazione e al nome. Una qualità astratta che ritorna anche nei lavori di John Mckraken. Anche per una certa psico-delia dove il colore diviene piega geometrica. E in Charlotte Posenenske. Più emotivo il lavoro di Bill Kounelany, un (altro) muro ordito che imita le ferite cicatrizzate.

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La mostra si sfoglia come un libro: una strada a senso unico che ti porta a rimirare, e almeno un giorno dopo il Castello di Wilhelmsöhe.

Non nascondo che il videocarioca Funk Staden di Maurício Dias e Walter Riedweg mi sia piaciuto molto. Sublime e sciatto. Così come l’allestimento delle opere che si snoda buio al centro, e su tre piani, serpeggiando tra i Tiziano, Rubens e Renoir. Da far venire un colpo.

La negresse come Bild.

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Una Bildung attraverso gli (oscuri) passaggi atemporali prosegue nel parco. Mens sana in corpore sano. Così ci si arrampica per le migliaia di scalini per vedere l’installazione di Allan Sekula.

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In salita. Folle pellegrinaggio nell’impensato.

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Una grande mostra non ha forma. così la sua recensione. Per finire qualche ennesimo sprazzo sui lavori che hanno incarnato forse tutti gli aspetti di questa edizione – la riflessione sul linguaggio, il movimento astratto,
la condizione femminile come termometro di democrazia,
la pulsione onirica che sempre incombe come perdita di realtà,
la spoliazione storica:

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© Mary Kelly
Foto: Santa Monica Museum of Art

La Ballata di Mary Kelly con la casa narrante e i suoi muri graffiati su cui rileggere la storia di una censura storica chiamata femminismo:

Sublime la narrazione di Amar Kanwar: c’era una volta il massacro delle donne indiane. 8 schermi per 8 proiezioni quasi simultanee. Una fantasmagoria vicina al reale per trasfigurare l’orrore ed “oltrepassarlo” in una nuova visione “surreale”. Magari al Gloria Kino:

It is doubtful if cinema is sufficient for this; but, if the world has become a bad cinema, in which we no longer believe, surely a true cinema can contribute to giving us back reasons to believe in the world and in vanished bodies.(Gilles Deleuze)

Documenta 12 è stata certamente espressione di una presa di reale che avviene solo come passaggio, mostrando gli aspetti di perversione del capitalismo globalizzato e riconducibile propriamente ad un modello di utopia. Voracità massima. Questa volta realizzata come ipervisione. Eccessiva. Del resto una grande mostra non ha forma. Retake with evidence..

Documenta 12
16.06.2007 – 23.09.2007

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Written by Ilari Valbonesi

August 31st, 2007 at 5:33 pm

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