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life in transformation

Archive for the ‘Reportage’ tag

COCAINA – the untold truth

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Demo for 90 min documentary about cocaine production in bolivia and its consequences on bolivian natives involved in the cocaine production and smuggling.
Directed by Marco Vernaschi and Sebastiano Vitale.

Written by Luca

September 10th, 2008 at 3:54 pm

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Graffiti Offense (National Graffiti Database UK)

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Written by Ilari Valbonesi

March 31st, 2008 at 9:23 am

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Frieze Art Fair 2007 Slide Review

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Written by Ilari Valbonesi

October 15th, 2007 at 9:42 pm

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Pop Art is : Gagosian at Frieze Art fair Preview

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Pop Art is: Popular (designed for a mass audience), Transient (short term solution), Expendable (easily-forgotten), Low cost, Mass produced, Young, Witty, Sexy, Gimmicky, Glamorous, Big Business…

This is just the beginning…

–Richard Hamilton, 16 January 1957

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Pop Art is: Gagosian

– London Sky, Frieze Art fair Preview, 10 October 2007

Written by Ilari Valbonesi

October 11th, 2007 at 2:36 pm

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Documenta 12 – Kassel 2007

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Documenta 12 - Draft Review,
Recensione Italiana, 2007

The big exhibition has no form. Una grande mostra non ha forma. Così Roger Buergel e Ruth Noak aprono il catalogo della dodicesima edizione di Documenta a Kassel in Germania. Una mostra dislocata in diversi punti della città per una topografia – questa volta organizzata – di un fenomeno globale e atemporale denominato arte.

La pianificazione strutturale, amministrata mediante un sito web – in modalità blog e un forum di magazines , si annuncia prepotentemente nella rampa di scale che accede al primo piano della Kunsthalle Fridericianum : il quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ai suoi piedi un cumulo di parole di filosofia della storia di Walter Benjamin, che lo descrivono: “Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato”.
Un angelo che accumula rovine su rovine e non riesce a ricomporre l’infranto. Poiché la tempesta che lo spinge nel futuro, a cui volge le spalle, è continua, nel mentre il cumulo delle rovine viene risucchiato al cielo. Senza tregua.

Effetto Documenta 12. Draft Review









Ist die Moderne unsere Antike?

Il moderno può essere illuminato solo mettendo in chiaro i suoi lati distruttivi. E con Documenta 12 la questione distruttiva si fa decisamente seria.

Poiché le rovine fanno spettacolo, ma il dramma è quotidiano. Diastatico. A partire dal paesaggio museale che si presenta frammentato ma in chiave costruttiva, fuori da un atteggiamento nostalgico. Si è contemporaneamente fuori e dentro un orizzonte di senso comune. Asimmetrico.

Così rileggo la grande mostra con la carta del passaggio geografico, del limite – al limite – una soglia, una sutura. Nel miglior caso un intreccio ed un patchwork, dove i curatori danno miglior prova di arte saracina. Tantissimi gli esemplari di questa tessitura. Tante le “dissidenti” : Trisha Brown e le sue contorsioniste dell’essere, l’irruenta Graciela Carnevale, le recite di Elenor Antin e Lotty Rosenfeld che disegna milla de crucis sobre el pavimento a Santiago de Chile, prima di filmarle nel 1978. Lavori femministi anche quando accoppiati, come per gli esperimenti fotografici con il figlio dei Kwiekulic o come nel video di Tseng Yu-chin, dove il bambino diviene l’emblema di una infanzia perduta.

Saracini i rimandi a tappeti, arazzi e collage: più espliciti nel lavoro di Danica Dakić e di Ahlam Shibli , più raffinati negli acquarelli intrecciati di Atul Dodiya dove le tinte che si asciugano piano sulla carta, data l’umidità del clima indiano, accolgono gli incerti poemi, intrecciando un tempo ed un spazio localizzati che l’incerto linguaggio trattiene. Un tessuto sonoro che si perfeziona con l’installazione di Imogen Stidworthy I hate dove il linguaggio disegna l’esitazione. La stessa che appare sul volto in attesa di Jiri Kowanda o di Richter.

Il corpo eccentrico si declina anche tra i fields di Martha Rosler, nei fantasmi di Cosima von Bonin, nella bellezza di Maja Bajevic, nel corpo dilaniato di Jo Spence e nelle riprese di Louise Lawer; mentre una vera e proprio “sistematizzazione” dell’anarchia emerge dalle foto diLuis Jacob, e dalla sua bellissima video-installazione A dance for those of us whose hearts have turned to ice, con la coerografia di Francoise Sullivan e l’omaggio alla scultrice Barbara Hepworth. Poetica l’installazione di corde, poi ceneri in Collateral di Sheela Gowda.

Presente anche Electric Dress di Tanaka Atsuko, prototipo iki di rottura mediale. Meno interessante invece il lavoro plastico di Iole de Freitas con tutta la retorica del (non) site specific solo perché prosegue sulla facciata del Fridericianum…

Impossibile fermare la continua migrazione della forma: arte in movimento e di movimento, e forma atta a muoversi come nel video dell’action painting, anzi action (china) walling del cinese Lin Yilin. Un video che riprende l’artista nel mentre attraversa una strada costruendo un muro, utilizzando gli stessi mattoni.

Al tema della mobilità e della raffinata ricomposizione murale si allinea anche una certa impossibilità di togliere questo muro, che invece scorre e co-appartiene allo sguardo culturale. Lo sguardo stesso è il muro. Mentre l’arte è cinetica.
















Zmijewski
© Courtesy Artur Zmijewski; Foksal Gallery Foundation
Them, 2007 Video (DVD)

Tagli, strappi, corde e lacci: non sfuggono a questo incendio della modernità neanche i curatori che si ritrovano intrappolati nei fumi della stessa questione. La catastrofe dell’universalismo, la violenza, la violazione dei principi di libertà mostrano infatti come la modernità e il colonialismo vanno di pari passo. Ist die Moderne unsere Antike?

Non resta che prendere coscienza dell’ambiente circostante, seduti su una delle 1001 sedie di dinastia Quing (1644-1911) importate da Ai Wei Wei . Oppure masticando una gomma come per Alina Szapocznikow e la serie di foto Chew well and look around . Una scultura che passa tra i denti. Nella pausa si rumina tempo.

Tra gli architetti del senso comune: Andrei Monastyrski costruisce una Fountain con un vuoto al centro come un orinatorio svuotato di senso. Harun Farocki mette in gioco la relazione spingendola sul fondo: Deep play smaschera il controllo mediatico attraverso l’analisi di una finale di calcio. Altro che telecomando! Impressionante il video Them di Zmijewski, dove l’artista polacco crea una laboratorio di idee contrastanti sulla tematica dell’aborto con l’obiettivo di arrivare ad una catarsi nel gioco dell’arte. L’esito è drammatico ma esilarante. Forte la sempreverde analisi dei luoghi di potere nella foto di Anatoli Aosmolovsky, (auto)ritratto sulle spalle di Mayakovsky tanto per sottolineare il rischio di amnesia continua rispetto ai poteri invariati. Fino a culminare nel Top Secret di Nedko Solakov: la verità è criminale. Suspanse.

Funk Staden, 2007 Video still
Courtesy Galeria Vermelho, São Paulo; Galeria Filomena Soares, Lissabon
© Dias & Riedweg, 2007

Was ist das bloße Leben?

La vita nuda. A partire da un effetto serra. Si esce dagli ambienti chiusi per ritrovarsi assaliti dalla natura dell’artificio. Come per l’installazione di Sanja Ivekovic, Poppy Field (Mohnblumenfeld). Ennesima serra, questa volta a cielo aperto. Esposizione di vita nuda. Piazza rossa e pista di atterraggio. L’esclusiva giostra politica gira in tondo mentre la stretta di mano diventa un mero contatto meccanico. Presto atterreranno anche le donne afgane.

Documenta Halle esibisce una intensa installazione di Maja Baievic in disparte, nel sottoscala, mentre nel corpo centrale i favoriti sul mercato della manifestazione: da Juan Davila esibito come un ex voto, a Jurgen Stollans che a sua volta immortala in un grande disegno il nome del curatore. Caput mortuum e arte domestica.

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Unica eccezione: il Phantom truck di Inigo Manglano-Ovalle in ombra. Un signore però ci sbatte la testa.

Nel mezzo del salone, la stella della catastrofe: la giraffa impagliata (male)e importata dall’austriaco Peter Friedl.

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Ecco la vita nuda. Fragile. Consunta come un divano vecchio. Che fa apparire invano tutto il resto. A parte il pane quotidiano di legno.

Al (Aue -) Pavillon.

L’effetto Documenta-serra si rinserra al Crystal Palace. Sul quale si è riversata una tempesta di critiche, più interessanti per l’aspetto modale, ossia per l’attesa delusa che per il (non) contenuto. Ma cosa ci si aspettava? Mi dissocio dalle critiche inutili.

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Efficace invece la tempesta di vento destinata ad abbattersi sul template di Ai Wei Wei. Rotto l’incanto, un mucchio di macerie giace negli occhi e ai piedi. Emblema di modernità. Vuota la forma di ciò che chiamiamo progresso.

Was tun?
Il padiglione diventa la rappresentazione della vita, questo campo di concentramento dove l’arte dissolve la separazione tra soggezione dolorosa e gioiosa liberazione. Per riscoprire una dimensione estatica. Ma anche di una educazione pubblica attraverso l’immagine e costituzione di una sfera politica.

La migrazione della forma continua. E si associano i lavori. Complice l’atmosfera onirica. E il Repetita Iuvant dei curatori. Notevole l’ubiquità di Kerry James Marshall a partire da Could this be love, fino ad AKA Black Johnny. Non c’è più distinzione tra forme vegetali e messaggi verbali. Il mondo diviene una selva di significati.

Quadri come blues dove la musica ha una qualità pittografica instaurando rapporti con segni astratti impressi oltre alla rappresentazione e al nome. Una qualità astratta che ritorna anche nei lavori di John Mckraken. Anche per una certa psico-delia dove il colore diviene piega geometrica. E in Charlotte Posenenske. Più emotivo il lavoro di Bill Kounelany, un (altro) muro ordito che imita le ferite cicatrizzate.

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La mostra si sfoglia come un libro: una strada a senso unico che ti porta a rimirare, e almeno un giorno dopo il Castello di Wilhelmsöhe.

Non nascondo che il videocarioca Funk Staden di Maurício Dias e Walter Riedweg mi sia piaciuto molto. Sublime e sciatto. Così come l’allestimento delle opere che si snoda buio al centro, e su tre piani, serpeggiando tra i Tiziano, Rubens e Renoir. Da far venire un colpo.

La negresse come Bild.

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Una Bildung attraverso gli (oscuri) passaggi atemporali prosegue nel parco. Mens sana in corpore sano. Così ci si arrampica per le migliaia di scalini per vedere l’installazione di Allan Sekula.

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In salita. Folle pellegrinaggio nell’impensato.

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Una grande mostra non ha forma. così la sua recensione. Per finire qualche ennesimo sprazzo sui lavori che hanno incarnato forse tutti gli aspetti di questa edizione – la riflessione sul linguaggio, il movimento astratto,
la condizione femminile come termometro di democrazia,
la pulsione onirica che sempre incombe come perdita di realtà,
la spoliazione storica:

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© Mary Kelly
Foto: Santa Monica Museum of Art

La Ballata di Mary Kelly con la casa narrante e i suoi muri graffiati su cui rileggere la storia di una censura storica chiamata femminismo:

Sublime la narrazione di Amar Kanwar: c’era una volta il massacro delle donne indiane. 8 schermi per 8 proiezioni quasi simultanee. Una fantasmagoria vicina al reale per trasfigurare l’orrore ed “oltrepassarlo” in una nuova visione “surreale”. Magari al Gloria Kino:

It is doubtful if cinema is sufficient for this; but, if the world has become a bad cinema, in which we no longer believe, surely a true cinema can contribute to giving us back reasons to believe in the world and in vanished bodies.(Gilles Deleuze)

Documenta 12 è stata certamente espressione di una presa di reale che avviene solo come passaggio, mostrando gli aspetti di perversione del capitalismo globalizzato e riconducibile propriamente ad un modello di utopia. Voracità massima. Questa volta realizzata come ipervisione. Eccessiva. Del resto una grande mostra non ha forma. Retake with evidence..

Documenta 12
16.06.2007 – 23.09.2007

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Written by Ilari Valbonesi

August 31st, 2007 at 5:33 pm

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Rostock 2007

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Online Videos by ECOPOLIS

A video reportage by Luigi Politano about the journey of an italian group of activist to Rostock, in Germany, just before the G8.

Written by Luca

July 6th, 2007 at 10:11 am

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Venice Biennale 2007: Russian Pavillon

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The Russian pavilion. Artists: AES + F, Andrey Bartenev, Julia Milner, Arseny Mescheryakov, Alexander Ponomarev

Commissioner: Vasily Tsereteli, Curator: Olga Sviblova

Architect: Sergey Mironenko, Co-ordination: Ekaterina Kondranina

Text by: OlgaSviblova, curator of Russian Pavillon

last riot
AES+F
Last Riot
2007
Video-installation
Courtesy Multimedia Art Centre, Triumph Gallery

Last Riot by AES+F (Tatiana Arzamasova, Lev Evzovich, Evgeny Svyatsky and Vladimir Fridkes) is a three-dimensional animated model of cyberspace. Their environment is generated by the real and media worlds of the 20th century; it grows like a laboratory experiment that devours its creators and mutates in inexplicable ways. The fantasy landscape — where time is suspended, past epochs exist alongside future ones, and creation mingles with destruction — is populated by glamorous, androgynous teenagers. To the music of Wagner, these youths riot and struggle in a war against themselves, a war without difference between aggressor and victim, male and female, good and bad, fate and free will. Like the Flying Dutchman, doomed to eternal wandering, the heroes of this new cyber-epic are doomed to eternal battle. It is a battle without blood or pain, contact without contact. Each generation creates its own tales of apocalypse in music, painting and other forms of art. Last Riot is a post-apocalyptic vision that has come to replace them.

Andrey Bartenev
Andrey Bartenev
Connection Lost Performance
2007
Photo: IV for Ecopolis 2007

Andrey Bartenev ’s installation Connection Lost is a glass tunnel, filled with fifty LED spheres with the words Connection Lost circling in their orbit. A heart inside each sphere symbolizes the potential frustration that awaits us in the world of virtual and indirect connections. At the same time, the very message about lost connections, which multiplies and reproduces itself with LED letters and mirrors, creating a new integral connective structure. This magical discotheque, where all the revelers are close yet dance alone, is a metaphor for the alienation of virtual, simulative communities that exist to give constant hope of an encounter.

Connection Lost
Andrey Bartenev
Connection Lost
2007
Sketch of installation
Artist’s collection
Courtesy Multimedia Art Centre

Alexander Ponomarev and Arseny Mescheryakov focus on the relations between the real world and the media, which act as an intermediary in a person’s communication with his or her self, other individuals and nature. Shower, an installation tiled with monitors that simultaneously broadcast over 1,000 television channels from around the world, demonstrates the absolute dominance of mass media, a medium that traps people in an “information cell.” Two switches in the shower change the onscreen content, allowing the viewer to choose breaking news, sports, commercials, porno, nature programs, and so on. However, the shower cannot be turned off. Information passes through our souls and washes them out, with identical intensity at any setting.

wipers
Alexander Ponomarev
Windshield Wipers
2007
Sketch of installation
Artist’s collection

The oversaturated informational environment is actually a vacuum. Ponomarev’s installations Windshield Wipers and Wave offer ways of escaping it. In Windshield Wipers, screens that take up the entire wall serve as an analogue of television screens. Just as windshield wipers clear away the dirt that sticks to a car’s windshield, wipers on each screen wash away broadcasts with water. At one point in the loop, they are replaced by the view of a Venetian lagoon, a live feed from a camera installed on the Russian pavilion’s balcony. Over and over again, the skyline is erased by the media onslaught, despite the mechanical wipers’ stubborn and methodical struggle against it.

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Alexander Ponomarev
Wave
2007
Sketch of installation
Artist’s collection
Courtesy Multimedia Art Centre

Wave is an 8-meter glass tunnel filled with water. The wave’s pulsation is dictated by the rhythm of the breath of the artist, whose image is projected on the screen. This installation is a metaphor for creative freedom and the demiurgical power of art. The wave, tamed and controlled by the artist, redirects the movement “back to nature,” cutting through the pavilion’s exhibition space. Media surround us with a hermetic quasi-space, but Ponomarev’s Wave splits both the media and exhibition spaces, offering an opportunity to contemplate the rediscovered horizon.
In the early 20th century, Alexander Rodchenko, who transformed our optics and the logic of how we see the world, wrote: “One must see the world with morning eyes.” Now, in the early 21st century, Ponomarev has reminded us of this aphorism.

shower
Alexander Ponomarev, Àrseny Mescheryakov
Shower
2007
Sketch of installation
Artist’s collection
Courtesy Multimedia Art Centre

Julia Milner, the youngest member of the Russian group, changes the reflective paradigm into a strategy for action. In creating her own version of a new cyber-behavior game — a form of net art 2.0 based on the technologies of Web 2.0 — she appeals to our innate vital energy.
Click I hope
Julia Milner
Click I Hope
2007
Net-art
Artist’s collection
Courtesy Multimedia Art Centre

Milner’s installation is an LED display on the facade of the Russian pavilion. It broadcasts her online project, Click I hope (www.clickihope.com), and has a touch screen that allows the biennale’s visitors to participate. “I hope” passes across the screen in the 50 languages. When visitors to the web site or the touch screen, they click on the words in one of the languages, they blink to life and respond. At the moment of the click, a counter appears and shows the activity of participants who have selected the given language. The words in each language grow or shrink in proportion with the number of clicks on them in different parts of the world. A general counter on the screen communicates the number of people participating in the project at any given moment. We do not know what motivates people to click on the words “I hope“ in any language. But a click for “I hope” is not a click for „I Kill,” which is what most computer games and those propagated by the mass media teach us to do. Click I hope is a virtual accumulator of hope, an emotion that is so important to each of us, the world and our country.

Click I hope

Focus Article: Seeking to Impress, Russia puts on a high-tech show in its newly refurbished pavilion at the Venice Biennale, By Brian Droitcour

Written by Ilari Valbonesi

June 22nd, 2007 at 8:17 am

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